ESCURSIONI



3. La Valle di Pomonte

Tempo di percorrenza: 5 ore circa.
Dislivello: quota minima 32 m - quota massima 631 m
Difficoltà: sentiero non ben segnalato, nell'interno dalla valle. Percorso ostruito per brevi tratti dalla vegetazione: Fondo pedonale talvolta scivoloso.

La partenza dell'itinerario è da Pomonte, l'antico centro rurale dell'Elba occidentale; il sentiero (segnavia C.A.I. n. 9) inizia nei pressi del ponticello che dalla via del Passatoio immette nelle campagne coltivate della valle, ed è impreziosito, per lunghi tratti, da una pavimentazione in pietre di granito in ottimo stato di conservazione. Il paesaggio è quello dei terrazzamenti, con i vetusti muretti a secco che sostengono e separano i coltivi; qui si intravedono migliaia di filari di vitigno, un tempo coltivato fin sulle colline più alte, e fazzoletti di terra strappati alla roccia nuda e lavorati per secoli dai contadini senza l'ausilio di alcuna tecnologia, se non quella della forza delle braccia. Sono, queste, le testimonianze della vita di un popolo forgiato sul sudore e sulla fatica, e di una cultura di mare e di montagna insieme, giunta fino a noi attraverso secoli di storia. Di tanto in tanto, la roccia granodioritica ricompare in quelle straordinarie forme che qui chiamano "coti" (cioè gruppi di inassi) e si presenta in piattaforme lisce ed allungate, anche sul piano del sentiero, rivelando non di rado la presenza di filoni aplitici, porfirici e pegmatitici (foto a pag. 79) (SCHEDA 29). La mulattiera conduceva presso i poderi coltivati, ma soprattutto era l'unica strada interna per raggiungere San Piero e Vallebuia: due centri un tempo molto importanti per l'estrazione e la lavorazione del granito.

Per raggiungere la parte più incontaminata della valle, occorre superare un incrocio con il sentiero n. 31 ed i ruderi di un piccolo magazzino distante alcune decine di metri da un torrentello. Mari mano che ci si allontana dal centro abitato il paesaggio bucolico scompare, sostituito dalla vegetazione spontanea che riguadagna velocemente gli spazi un tempo concessi al lavoro dell'uomo: fatto emblematico, questo, di un equilibrio di scambio di risorse tra uomo e natura oggi veramente dimenticato.

Dai ruderi del magazzino si giunge in breve ad un castagneto, dove si trova un altro torrente. Guadato il ruscello, sul lato nord del fosso, si segue il sentiero che sale, in ampii tornanti, tra la vegetazione, fino a raggiungere alcuni magazzini rustici pericolanti. I magazzini, che si trovano sparsi per tutta la valle, sono la testimonianza di quanto lavoro si svolgesse nei campi fino a pochi anni or sono. Al loro interno sono ancora ben riconoscibili gli strumenti (palmenti in muratura, coperchi e spessori in legno, sassi a leva, ecc.) della produzione del vino.

Per proseguire nel nostro itinerario occorre costeggiare, in direzione nordest, il fosso Barione, lungo il quale scorre un torrente. La vegetazione qui è rigogliosa: ontani, lecci e castagni (Castanea sativa) secolari crescono lungo tutto il fondovalle accanto a molte specie di felci (Polypodium vulgare, Athyrium filix-foemina, Dryopteris affinis), rovi (Rubus ulmifolius) (ottimo habitat e nascondiglio sicuro peri piccoli silvidi), e a piante rampicanti come la vitalba (Vitalba clematis) dalle lunghe e car teristiche liane pendenti; il torrente, mezzo ad essa, scorre veloce lungo pieghe dei granito, ora formando piccoli invasi, ora scivolando in dolci cascatelle, il tutto in un paesaggio davvero ridente.

Di tanto in tanto il sentiero sembra abbandonare il torrente, arrampicandosi sui pendi della valle a nord, salvo poi rientrarvi, qualche decina di metri più avanti. Così, avanzando per quasi un'ora guidati dal fragore dell'acqua, si arriva nei pressi di una piccola cascata, superata la quale il sentiero abbandona il fosso risalendo la montagna a sud del torrente: qui scope, corbezzoli e lecci tornano a dominare lo scenario vegetale. Il fondo del sentiero è spesso segnato dal passaggio dei cinghiali (Sus scrofa), che nella loro continua ricerca di radici commestibili sono capaci di spostare anche pietre di notevoli dimensioni, lasciando sul suolo le caratteristiche "arature". Anche un altro ungulato, assai schivo, pascola in piccoli branchi sui prati del colle della Grottaccia: è il muflone (Ovis musimon), che spesso scende a valle sino al torrente in cerca di piante cui brucare le giovani foglie.

11 sentiero sale, adesso, quasi a ritroso (direzione sud-ovest), verso il colle della Grottaccia, lasciandosi la macchia alle spalle. Raggiunta la cima, vicino ad un vecchio caprile si trova un crocevia prima del quale si deve svoltare a destra per poi proseguire lungo il crinale ovest.

La pista conduce, in una ventina di minuti, al colle della Grottaccia (quota 630 slm). In questo luogo si respira un'aria di vita antica e di mistero. Dalla vetta, tra le rocce e gli antichi muri a secco, edificati forse da popolazioni di cultura subappenninica, si può ammirare un panorama di rara suggestione. 1 muri, spessi oltre un metro, formano una cerniera che circonda il colle e che doveva rappresentare, un tempo, una vera e propria fortezza d'altura.

Più avanti, in basso, tra la steppa cespugliosa di un pianoro, sassi accuratamente levigati e pezzi di coccio rivelano un'antica presenza: popolazioni di cultura pastorizia e contadina scelsero infatti queste cime quali punti di avvistamento (da qui si domina il mare tra l'Elba, Montecristo e la Corsica) e baluardi difensivi contro le incursioni delle popolazioni guerriere che per molti secoli dominarono, con le loro scorrerie, il bacino mediterraneo. Le pietre levigate sono state riutilizzate in tempi più recenti per costruire i due splendidi caprili oggi visibili ai lati opposti del pianoro.

Per riprendere il sentiero, dal piccolo altipiano occorre superare il caprile più ad ovest e poi svoltare subito a sinistra, portandosi sul versante sud del colle. Da qui il percorso si fa abbastanza dolce e, senza significativi dislivelli, permette di raggiungere monte Cenno (592 m) e quindi monte Orlano (546 m). Attenzione al bivio: occorre ignorare il segnavia n. 35 e seguire, per tornare a Pomonte, il n. 3 1 in direzione sud~ovest. La cima di monte Orlano è riconoscibile dai grossi massi granifici variamente modellati e caratterizzati da cavità ed anfratti, dovuti a fenomeni erosivi frequenti in tutta l'area del monte Capanne.

In questi luoghi conviene tenere gli occhi ben aperti e procedere in silenzio, così da captare ogni piccolo movimento della natura: sulle rocce sparse qua e là si potrebbe scorgere la monachella (Oenanthe hispanica), migratore svernante dalla linea sinuosa e dalla tipica livrea bianca e nera. Più difficile, ma senz'altro possibile, l'avvistamento del sordone (Prunella collaris), saltuario frequentatore delle steppe del monte Capanne, dove vaga tra arbusti e cespugli alla ricerca di ragni e piccoli insetti. Si potrà invece assistere più facilmente alle straordinarie evoluzioni della poiana (Buteo buteo) durante il corteggíamento e la parata nunziale (periodo marzo-maggio) o ai canti musicati dell'occhiocotto (Sylvia melanocephala), della sterpazzolina (Sylvia cantilans) e della passera scopaiola (Prunella modularis), un prunellide amante delle steppe e delle campagne incolte.

Nei pressi di monte Orlano, l'itinerario effettua una virata a sud-ovest, quasi ad aggirare la collina, passando in breve dal suo versante sud a quello nord.

Giunti nei pressi del caprile di monte Schiappone, il sentiero scende a nordovest in modo ripido, e va percorso con cautela, soprattutto in presenza di umidità o ghiaccio. In pochi minuti ci ritroviamo tra i coltivi abbandonati, già presenti a quote considerevoli, ma ormai distinguibili a fatica tra la folta vegetazione. Anche i bordi del sentiero, frequentemente contrassegnati da secolari muretti a secco, sono ricoperti di licheni dalle forme più bizzarre e di piante Spontanee rigogliose e generose di bacche e frutti, come nel caso del mirto (Myrtus communis), localmente denominato "mortella" o "mortellizzo", con le cui bacche si produce un liquore molto apprezzato. Alla fine della discesa, ci si ritrova sul sentiero n. 9 che abbiamo percorso per raggiungere la parte alta della valle; da qui, in breve tempo si potrà tornare di nuovo a Pomonte.

Testo e carta del libro:
"Sentieri nel Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano"
Autore: Giorgio Leonelli / Editore: Il Libraio, Portoferraio
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